Le mostre di PiantataStorta

Joseph Lorusso, Lovers & LautrecLa ragazza è intelligente e si applica pure, ma quando deve fare gli esami scritti diventa una pippa (scusate il temine ma è veramente il più calzante). Ecco il risultato del mio tema per l’esame di maturità. Le parole erano diverse, in professorese, ma di fatto è quello che è successo.

A ripensarci oggi ho un vuoto, non mi ricordo neanche l’argomento, so solo che sono entrata nel panico pieno e ho scritto il peggior tema della mia vita, io che avevo la media dell’otto e mezzo in Italiano sono arrivata ad una sufficienza striminzita data per carità cristiana.

E’ un episodio che mi viene in mente ogni qual volta mi va male qualche cosa, quando non supero un colloquio o non prendo un lavoro, perché ho fatto un altro esame e non l’ho superato, dinamica simile, risultato identico.

Mi chiama un amico di un amico, mi chiede se sono interessata a scrivere su una testata NAZIONALE di arte e cultura, mi fa un appuntamento mattiniero in cui si parla di questo nuovo prodotto di comunicazione che prevede piattaforme web oltre che carta stampata, grande distribuzione, grande successo.

E mi chiede di scrivere qualcosa di prova. Ora io ho passato troppo tempo brada, a scrivere quello che mi passava per la testa, quello che mi piaceva, quello che mi esauriva. Gli articoli per la carta stampata che ho fatto in vita mia o non li ho firmati io o erano sempre espressione del mio pensiero libero perché sapevo che non li avrebbe letti nessuno.

Davanti al mio succo di frutta alla pera mi si chiedeva di scrivere qualcosa, su un argomento ancora misterioso, che avrebbero letto migliaia di persone magari davanti ad al loro succo di frutta alla pera. Detta così sembra semplice, ma voi avete mai riflettuto su cosa significa scegliere il taglio linguistico di un pezzo di scrittura? Bisogna valutare i contenuti che si vogliono comunicare, le parole che sono più appropriate, la lunghezza delle frasi. Insomma, bisogna ragionare ed adeguarsi al contesto in cui si fa la cosa e al lettore che la leggerà. E io, di questo contesto, non sapevo niente.

Non mi aveva detto: fai una cosa divulgativa, fai una cosa di critica, portami qualcosa di originale, fai il soldatino e scrivi come scriverebbe chiunque altro. Mi aveva detto che i loro contenuti dovevano essere legati all’attualità. Il panico iniziava a salire dalla schiena per posizionarsi sulla spalla, ma io sono una tosta, ho continuato a dire che non c’era problema.

E mentre si ricorda di altri appuntamenti aggiunge: “ Va bene, fammi un pezzo sulla mostra di Rodin”, forse aveva visto i cartelli che erano poco più avanti e che la pubblicizzavano. Aggiunge di avere pazienza per ricevere una risposta, che non sarebbe arrivata a breve, la  redazione era oberata, e che poteva essere di 2000 caratteri. Io ho solo ascoltato 2000 caratteri.

Ora avevo l’argomento: mostra di Rodin, e l’impegno quantitativo: 2000 caratteri. In pratica una recensione della mostra. Bene. Che schifo. Ecco, ora voi mi chiederete perché che schifo? Perché in 2000 caratteri o fai un pezzo di critica pura o fai una recensione, se ti metti a fare qualcosa che sta a metà, con la carogna del panico sulla spalla, verrà uno schifo. E infatti è venuto uno schifo. Riscritto tre volte, nell’arco di tre interminabili giorni di patimento, neanche avessi avuto un ittero fulminante, alla fine mi è venuta la notizia dell’esposizione con uno spruzzo di frasi critiche. Una roba inutile insomma, che poteva fare pure il portiere dello stabile mentre controlla la posta e spettegola su quelli del terzo piano.

Ero consapevole del risultato miserrimo ma non sapevo come uscirne, proprio come all’esame di maturità, la carogna ha vinto e l’ho mandato così, inserendo però nel corpo dell’e-mail i link ad altri articoli miei, le cose che facevano ridere ma anche le cose di critica vera, per dire cioè, ho fatto sta porcheria, ma guarda che so fare meglio quando mi lasci lavorare in pace.

E da questa storia infatti ho avuto solo la pace. Neanche un avviso di risposta per l’avvenuta ricezione del messaggio. Ho anche provato a chiamare, dopo qualche giorno, giusto per scrupolo, ma il mio referente non ha risposto e non ha richiamato. Comprensibile, troppo occupato, articolo troppo brutto e abitudine tipicamente romana di non dirti mai di no.

Siamo a Roma, fateci caso, se chiedete qualcosa, se vi trovate in una situazione in cui una persona deve negarvi un aiuto o deve toglievi qualcosa, state sereni perché non è che ve lo dirà, si negherà finché non vi stancherete di chiamare e capirete, da soli, che non è andata bene.

Così, di fatto, non avete ricevuto un rifiuto, non ci saranno motivi di astio e un domani se capiterà di parlerà sarà un malinteso.

Tutto questo discorso per dire che alla fine pure i calcetti in faccia possono servire, saranno passati un paio di mesi, consapevole delle mie possibilità ho smesso di pensarci dopo un giorno, ma ieri ho deciso che forse era il caso di provare a scrivere veramente delle recensioni sulle mostre che vado a vedere, così ho fatto una nuova categoria del blog ed ho iniziato proprio dalla mostra di Rodin.

Ho scritto la recensione che avrei dovuto scrivere sin dall’inizio, perché ci sono cose che ognuno deve fare come sente, a meno che non lo paghino bene, e visto che quello che scrivo qui non mi porta alcun profitto posso usare il mio stile brado, quello che mi rappresenta e quello per cui qualcuno mi legge.

Qui non troverete i comunicati stampa delle mostre risistemati, troverete quello che c’è veramente, le cose da vedere, le cose da evitare, con la pericolosa ed acida sincerità che mi rappresenta.

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