L’incanto spezzato, quando gli oggetti diventano brutti

Da quando il catalogo di una notissima marca svedese di arredamento in truciolato ci viene portato a casa una volta l’anno, il rapporto che ognuno di noi ha con il design è cambiato. Prima pensavamo che per fare una casa bella ci volessero tanti soldi, ora invece sappiamo che è tutta una questione di gusto.

Solo che il gusto non si compra al mercato, il gusto è un dono. Per alcuni va educato, per altri è innato e indomabile. Io mi pongo a metà tra queste due opinioni, penso che se, da un lato, la tendenza a riconoscere il bello e l’armonioso sia dentro di noi, dall’altro si possa sempre fare qualche cosa per migliorarne la consapevolezza, insomma, per educarla.

Ecco perché oggi affronto un argomento molto scottante, per non dire polemico: le cose che viste nei negozi o nei locali sono bellissime ma che a casa nostra fanno veramente schifo. Ovvero vi sottoporrò un breve elenco di oggetti che ci viene voglia di compare quando li vediamo da qualche parte che non sia casa nostra, ce li portiano nel nostro nido e qui scopriamo che, una volta giunti da noi, cambiano aspetto diventano oggetti assolutamente anacronistici, slegati dal contesto dell’arredamento o peggio, brutti.

Partiamo con quelli facili: alcuni lampadari della nota marca svedese di arredamento di cui sopra. Questi sono avvolti come da un incantesimo, quando li vediamo rispendere tra le altre luci sembrano perfetti per ogni nostro soffitto, poi quando li portiamo a casa, li montiamo con una fatica immensa dopo averli tenuti in ingresso per almeno cinque settimane e accendiamo l’interruttore, scopriamo con sgomento che l’incanto si è rotto e capiamo come si sentiva Cenerentola a mezzanotte, quando il vestito di Alta Moda ritorna di stracci.

Le bottigline di vetro degli analcolici che ci servono al bar che qualcuno trasforma in deliziosi vasetti sui tavoli dei locali facendoci pensare “che figata”. L’idea ci impressiona in modo talmente positivo che siamo anche capaci di spendere dei soldi per comprare la confezione da sei e svuotare le bottiglie senza berne il contenuto. Poi quando le poggiamo sul tavolino o sulla libreria con il nostro fiorellino ci rendiamo conto che oltre a esserlo, lo sembrano proprio tirate fuori dalla busta della spazzatura e messe là. A casa nostra ritornano quello che erano: una roba da accumulatori seriali senza speranza. Quindi vi consiglio di resistere al desiderio di non buttarle e andare di corsa al cassonetto del vetro quando ne avete in casa qualcuna. Lo stesso vale per le bottiglie vuote dei super alcolici, bellissime sempre quando sono piene, ma troppo nostalgiche quando sono vuote.

Le cose rubate nei ristoranti, come il bicchiere da cocktail o il posacenere. Sul momento potrebbe sembrare una buona idea, un gesto romantico per ricordare la serata, ma poi ci troveremmo in casa un oggetto spaiato impossibile da usare se non quando si è da soli, a ricordarci che vita sociale schifosa facciamo visto che stiamo, appunto, da soli in casa a bere un cocktail invece di uscire con gli amici.

La maggior parte dei souvenir che si comprano nei bookshop dei musei. Sono tra le cose più infide, perché mettono insieme il fascino del ricordo con quello dell’oggetto che “trovi solo là”. Del resto come hai fatto fino a quel momento senza la calamita da frigo o peggio, il cuscino con la volpe che non c’entra neanche niente con il museo che stai visitando? Anche qui le cose brillano di una luce tutta loro, che si spegne quando poggiamo il cuscino sul divano.

E arriviamo alla cucina parlando dei pensili anni sessanta, quelli della nonna per intenderci, che quando li vediamo sulle riviste e nei locali diciamo: ma guarda ce l’aveva mia nonna uguale uguale, a saperlo la conservavo! Peccato che dimentichiamo come ci faceva schifo quel verdino degli sportelli e quel materiale che non era plastica e non era metallo mentre stavamo sempre a chiedere alla nonna quando entrava nel ventesimo secolo comprandosi una cucina decente.

La lanterna di legno bianco. Un oggetto che nelle foto shabby chic viene benissimo, sempre insieme a una gardenia rosa o a un cuscino a pois, ma che nel nostro salotto non ha ragione di esistere e quando viene posta sul nostro balcone si riempie di quella polvere nera tipica delle grandi città finché non viene buttata insieme al ciarpame che si accumula nel nostro spazio esterno.

Chiudiamo con i “kokedama” o “bonsai volant”, quelle palle di muschio con dentro una pianta che si appendono al soffitto e che troviamo nei locali alla moda o nei negozi veramente belli. Quando vediamo queste composizioni verdi così leggere pensiamo che è quello che ci vuole nel nostro salotto per renderlo sofisticato e nello stesso tempo minimale, poi le montiamo e ci rendiamo conto che sembrano quello che sono: una palla di terra e muschio che sbriciola sul tappeto.

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Lavoro nell'ambito della comunicazione, della grafica, degli eventi e dell'editoria. E scrivo perché è la cosa migliore che so fare (figuratevi il resto).

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