Il Sacrificio di Leonardo Bistolfi al Vittoriano


Ma l'arte serve? / lunedì, Gennaio 13th, 2020

Passando per Piazza Venezia ed evitando le macchine, le carovane di turisti, i gabbiani aggressivi e le buche nei sanpietrini, ogni tanto capita di lanciare un occhio al Vittoriano, altrimenti noto come Altare della patria o Tomba del Milite Ignoto, monumento ad un italiano e a un’Italia che allora non erano ancora nati veramente e che oggi non sembrano purtroppo più vivi.

Se si riesce a fermarsi un po’ di più di un colpo di clacson o del rosso di un semaforo, ci si accorge che quel monumento giudicato eccessivo, ridondante, fuori luogo, raccoglie singoli esempi di un’arte pura e sincera, realizzata dai migliori artisti del primo Novecento.

Tra questi un posto privilegiato va dato a Leonardo Bistolfi, che, con il suo gruppo scultoreo intitolato “Il Sacrificio”, restituisce a chi guarda con attenzione un insieme di poesia, emozioni e tecnica.

Posto sulla facciata, il gruppo è composto da quattro figure che si avvinghiano in un vortice quasi aereo, fatto di tessuti gonfiati dal vento e di corpi nudi, tesi e disegnati con realismo anatomico estremo. Il protagonista è un soldato posto al centro e baciato in punto di morte da una fanciulla che rappresenta il Genio delle Libertà, mentre lo sostengono e confortano le rappresentazioni della Schiavitù e della Famiglia.

Il soldato è abbandonato sulle spalle dello schiavo che lo sorregge nonostante le braccia siano incatenate, e da una donna che mostra una schiena perfetta ed insieme nasconde il volto come sopraffatta dal dolore, ma inclinato quasi fosse concentrato ad ascoltarne ultimo respiro, un respiro di libertà espresso dallo scambio del bacio con la fanciulla che indossa il cappello frigio.

Anche nel momento della morte il soldato italiano ricorda la Libertà e la desidera, mentre la Famiglia assiste impotente al suo sacrificio e la Schiavitù rimane il monito che lo ha spinto a combattere.

La bellezza struggente di questa composizione è la pluralità dei piani, ovvero non è un’opera che è possibile ammirare con compiutezza da una singola prospettiva, anche metaforicamente.

Per chi si appresti a guardare, le figure si sviluppano in un vortice talmente perfetto che non esiste un lato che basti a comprenderle appieno tutte, ma ogni punto di vista svela solo una parte delle statue. E’, insomma, una rappresentazione berninana, che dialoga con lo spazio in maniera viva e coerente, uno spazio che in questo caso è prima di tutto aria e luce, e solo successivamente il resto della facciata del Vittoriano.

La Libertà non ha peso, vola addirittura, perché non poggia i piedi a terra, ed suo il bacio è accompagnato dal gesto tenero di tenere la testa al giovane, mentre la Famiglia gli porta il braccio in alto come a volerlo far alzare e la Schiavitù sostiene la base della composizione pagando quasi il peso di tutte quelle sofferenze.

Lo scultore restituisce un messaggio risorgimentale in questi corpi che si fondono l’un l’altro: celebra la lotta per la libertà fino all’ultimo respiro fatta da  ogni soldato in nome dell’unità d’Italia, che significa la libertà della sua Patria e dei suoi affetti.

Libertà e sacrificio che diventano indissolubili, due lati della stessa medaglia. Sacrificio sublimato in immagini precise e dolorosamente realistiche,  la morte nel volto del soldato, nel suo braccio rigido, la sofferenza nelle spalle piegate della Schiavitù e nella postura della Famiglia, che perde un figlio e non sa come riaverlo, ma soprattutto quel bacio che è uno scambio di respiri, dove ritroviamo la libertà che alla fine il giovane conquista, in un modo disperato e doloroso, ma per lui indiscutibile.

È un monumento che parla di cose che sembrano lontane, ci racconta la necessità, per affermare se stessi, di lottare per dei valori che non solo ci rappresentino, ma di cui non dobbiamo vergognarci, ed insieme ci mostra una guerra spietata vissuta come un impegno personale, solitario e cosciente. Infine annuncia con tono profetico, lei finita nel 1911, il dramma di una generazione falcidiata, quella della Prima Guerra Mondiale, per l’estremo di quei valori che racconta.