Il Saltimbanco di Antonio Mancini


Ma l'arte serve? / lunedì, Settembre 23rd, 2019

Un ragazzino con il costume di scena di stile settecentesco, guarda assorto la corda sulla quale dovrà camminare, le braccia incrociate sul petto, una piuma di pavone nella mano: il saltimbanco.

Poggia i piedi su un tavolino coperto alla bell’e meglio da un tappeto, al fianco oggetti che evocano lo spettacolo e gli attrezzi del circo, il fondo costituito da un muro movimentato da decorazioni geometriche che si raccordano con la verticalità del personaggio e ne rendono ancora più netti i contorni.

Non sappiamo quanto sia alto il tavolino, ma l’impresa sembra comunque importante per il ragazzo il cui volto è incorniciato da una massa gonfia di ricci ribelli, mentre le esili gambette fasciate da una calzamaglia bianca allungano ancora di più la figura e lo rendono quasi fragile e più infantile.

Eppure quello sguardo corrucciato non dimostra l’ingenua paura di un fanciullo, bensì una matura esperienza, un pensiero che si sviluppa. Il giovane sembra soppesare la corda, costruirsi mentalmente il percorso che sta per compiere, grazie alla leggera inclinazione della testa, che corrisponde alla piccola rotazione del piede, come stesse già camminando e cercasse di memorizzare i passi.

La critica rintraccia l’ispirazione di questo quadro nella venuta a Napoli, nella metà dell’Ottocento, del famoso circo Guillaume, una visione esotica di bravura circense che ha influenzato sicuramente altri artisti del periodo. Eppure nell’immagine ritroviamo qualcosa che va oltre l’idea della rappresentazione frivola di un acrobata. Antonio Mancini concentra le intenzioni del quadro nello sguardo e nella postura della figura, e trasforma l’immagine in una riflessione sul significato del “momento”, inteso come parte integrante del percorso di una vita.

Qui racconta quel “momento” in cui ci si prepara ad affrontare un’impresa, quel “momento” in cui si prende coscienza che il nostro destino è nelle nostre mani ma che ci sono anche fattori esterni di cui dobbiamo tenere conto. La corda è ben tesa? È pulita? Qual è il punto in cui è più usurata? Le gambe saranno ferme, come lo sguardo che non si deve distrarre, ma la strada è lunga e piena di incognite.

Il quadro quindi è fatto di due protagonisti, il giovane e la corda, che dialogano fra loro in una comunicazione muta dove la bravura e la concentrazione dovranno essere sostenute, letteralmente, da una corda che non oscilla. La fermezza del piede del giovane deve trovare un appoggio sicuro, in un viaggio che funziona grazie non solo alla determinazione nel volerlo affrontare, ma anche alla preparazione che lo ha portato a quel punto.

Perché il ragazzo si è allenato, e continua ad allenarsi, per il suo spettacolo, per il suo “momento”, come noi ogni giorno ci alleniamo per il nostro.

 

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